Capacità, qualità, trascendenza

La traduzione che segue è parte di un testo di Ogawa Chutaro (hanshi, kyudan) in cui discute il processo shugyo (1) di uno dei suoi principali insegnanti, Mochida Seiji (hanshi, judan).

Ogawa sensei intraprende seriamente la sua ricerca nel kendo trasferendosi a Tokyo ed entrando nello Shudogakuin di Takano Sasaburo. Lì incontra Saimura Goro appena arrivato a Tokyo dal Busen, che lo prende sotto la sua ala. Come uno dei preferiti di Saimura, Ogawa avrà occasione di incontrare tutti i più influenti kenshi dell’epoca conducendo lui stesso un’illustre carriera nel kendo.

Studiò non solo sotto Saimura, ma fu anche allievo di Nakayama, Oshima, Sasamori e, naturalmente, Mochida. Come istruttore è conosciuto soprattutto per aver insegnato all’università Kokushikan e alla Keishicho (2).

La ragione per cui Saimura preferì Ogawa fu perchè c’era in lui – come chiunque praticasse allo Shudogakuin a quel tempo – qualcosa di “diverso” in lui.

Ogawa non era particolarmente forte nel kendo, e non dava peso a “vittoria” o “sconfitta”. Aveva invece inteso il Kendo come disciplina spirituale = shugyo (cosa che fece anche Saimura).

Anni dopo Ogawa avrebbe commentato:

Se avessi saputo qualcosa riguardo allo Zen in quel momento sarei diventato un monaco.
Non l’ho fatto, ho perseguito l’autodiscplina sulla Via del kendo.
 (parafrasato).

Avrebbe poi studiato la scuola di Zen Rinzai, ed è attraverso quella lente che vide il kendo, ed è lì che risiede la sua eredità nel Kendo.

Ogawa suddivide lo shugyo di Mochida in tre fasi distinte.

Fase 1: Volume

Il primo passo consiste semplicemente nel fare un sacco di keiko.
Dovresti fare più keiko di chiunque altro.
In parole povere, chi non lavora duro non otterrà mai il successo.

Tuttavia, la quantità di keiko non è sufficiente. Ovvero: lo sforzo, da solo, non porterà al successo.

Fase 2: Qualità

Dovresti mirare a eseguire tutte le tecniche secondo principi logici, cioè jiri-itchi (tecnica e teoria sono inscindibili).
Pensiamo al kendo com’è oggi. Due persone si affrontano in uno shiai e un ippon viene eseguito. Il colpo dovrebbe essere tale che tutti e tre gli shinpan alzino immediatamente le loro bandiere all’unisono.
Se due shinpan alzano la bandiera rossa e l’altro la bianca, allora non possiamo dire che fosse un vero ippon.

Quindi, quello di cui stiamo parlando è la qualità. Vale a dire: insieme alla quantità di keiko dobbiamo concentrarci sul fare un buon kendo in accordo con una corretta logica.

Fase 3: Trascendenza

Infine, dovremmo mirare a trascendere sia la tecnica che il principio. Questo è ciò che Mochida sensei chiamava Kosei (攻勢, lato aggressivo).
Lentamente e con fermezza fare pressione in avanti contro il tuo avversario. Non ci sono tecniche complicate o mosse improvvise a sorpresa. Continuare a spingere in avanti senza sosta. Usando questo tipo di tattica offensiva l’avversario non ha altra scelta che arretrare, e in quel momento diventa possibile colpire.

Mochida sensei disse:

Ho sconfitto i miei avversari in questo modo.

Mochida sensei ha acquisito questo Kosei perseguendo dapprima sutemi attraverso uno shugyo duro e prolungato, arrivando infine a comprendere se stesso. Dopo essersi risvegliato a questa conoscenza, ha poi raffinato ulteriormente jiri-itchi prima di abbandonare definitivamente il suo ego.

Raggiungendo la piena illuminazione, il mondo è lo stesso * .

È qui che si trova Kosei.

Mochida sensei fu una persona che, dopo molti anni di pratica del kendo, aveva trasceso “vittoria e sconfitta” ed era diventato una persona genuinamente autentica.

* 悟了同末悟 (さとりおわらばいまださとらざるにおなじ)
Terminologia zen estremamente complessa: dopo l’illuminazione il mondo non cambia, ma si comprende che il mondo è, ed è sempre stato, come lo vediamo. Essere illuminati, quindi, non cambia molto (se non, forse, la percezione che si ha del mondo).


Articolo originale tradotto da kenshi 24/7